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Gaming

Sony al giudice: comprare un gioco digitale non è possederlo

Sony sostiene al giudice che un consumatore ragionevole non sarebbe indotto a credere di possedere i giochi digitali PlayStation. Ho letto l'atto.

4 min di lettura 2 lettori Sony Interactive Entertainment
In breve
Quattro giocatori californiani hanno fatto causa a Sony perché, sostengono, il PlayStation Store usa parole come «Buy Now» per vendere quella che è solo una licenza revocabile.
Sony ha risposto il 21 agosto chiedendo di spostare la causa in arbitrato, e sostiene che un consumatore ragionevole non sarebbe indotto a credere di possedere il gioco.
I Termini italiani dicono la stessa cosa con parole di Sony, «non possiedi il Prodotto digitale», ma la frase arriva dopo tremila parole di contratto.
In Italia hai 14 giorni per ripensarci, ma il diritto al rimborso si spegne appena avvii il download.

Comprare un gioco digitale sul PlayStation Store non ti rende proprietario del gioco, e a scriverlo, in un atto depositato davanti a un giudice della California, è Sony stessa. Ho letto quell’atto, il ricorso che l’ha provocato e i Termini di servizio italiani. Ne esce una domanda semplice, cosa resta tuo di quello che compri, e riguarda chiunque abbia comprato giochi digitali su PlayStation Store, anche chi la console non ce l’ha più.

Il ricorso è partito il 18 giugno 2026 da quattro giocatori californiani con una class action, l’azione collettiva per conto di tutti quelli nella stessa situazione. Sostengono che PlayStation Store usi parole come «Buy Now» e «Confirm Purchase» per vendere una semplice licenza revocabile.

Si appoggiano a una legge californiana in vigore dal 1° gennaio 2025 che vieta quelle parole per una licenza, salvo due strade. O l’acquirente riconosce, a ogni acquisto, di ricevere una licenza con l’elenco completo delle sue restrizioni e la possibilità che l’accesso gli venga revocato, oppure il venditore mette prima del pagamento un avviso chiaro, ben visibile e separato dalle altre condizioni.

La risposta di Sony, parola per parola

Sony ha risposto il 21 agosto e ha chiesto al giudice di spostare tutto in arbitrato, un procedimento privato e individuale che sostituisce il processo. Il motivo è che accettando i Termini i quattro hanno rinunciato alle azioni collettive. C’erano 30 giorni per tirarsene fuori e, scrive Sony, nessuno dei quattro l’ha fatto. In subordine chiede che il ricorso venga respinto.

Nell’atto si legge che «reasonable consumers would not be misled into believing that obtaining licenses to PlayStation video games conveyed “ownership”», in traduzione nostra: i consumatori ragionevoli non sarebbero indotti a credere che ottenere licenze per videogiochi PlayStation conferisca la proprietà. È la tesi con cui Sony chiede di chiudere il caso, e va letta per quello che è, la posizione di una parte in causa.

Sull’avviso al momento del pagamento le due parti sono meno lontane di quanto sembri. Nell’atto Sony cita un testo che, sostiene, compare sopra il pulsante di conferma, e lì l’utente riconosce che l’acquisto equivale a una licenza. I ricorrenti non dicono che quel testo manchi. Obiettano che non salta all’occhio e che nessuno ti chiede di spuntare una casella. Tutta la discussione è su quanto quel testo sia visibile.

Cosa dicono i Termini italiani

Da noi c’è scritto lo stesso, con parole di Sony. I Termini di servizio italiani, aggiornati ad aprile 2026, dicono che quando acquisti un prodotto digitale «acquisti una licenza personale» e che «non possiedi il Prodotto digitale», e avvertono che se chiudi l’account, o se te lo sospendono, potresti perdere l’accesso a quello che hai comprato. L’accordo di licenza del software è ancora più secco, «il Software viene concesso in licenza all’utente, non venduto».

Ho contato dove sta la frase. «Non possiedi il Prodotto digitale» arriva dopo circa tremila parole, in un documento che ne conta ottomila. E lo stesso accordo di licenza aggiunge che le skin, cioè gli oggetti estetici, e le valute di gioco comprate con soldi veri non sono di tua proprietà, esattamente come quelle guadagnate giocando.

Il 2 settembre, sul PlayStation Store italiano, ho aperto il carrello con dentro un gioco per PS5. Il pannello si intitola «Termini legali» e rimanda ai Termini di servizio e alle Condizioni d’uso del software, ma la parola licenza riferita al tuo acquisto lì non compare. Te lo dice per rinvio, non per riconoscimento. E vale per quel pannello, su quel gioco, quel giorno.

I 14 giorni per ripensarci, e cosa resta tuo

In Italia i 14 giorni di ripensamento ci sono, e la politica di annullamento di PlayStation Store li riconosce. Solo che all’acquisto ti chiede di acconsentire alla consegna immediata, e chi acconsente rinuncia al rimborso appena avvia il download o lo streaming. Per valute e potenziamenti comprati dentro un gioco la consegna è immediata, quindi indietro non si torna, a meno che il contenuto sia difettoso.

L’udienza in California sarà il 1° ottobre, e per ora nessuno ha deciso niente. La domanda su cosa resti tuo pesa di più da quando Sony ha annunciato lo stop ai dischi per i nuovi giochi a partire dal 2028. Prima di premere scarica su un gioco appena comprato, ricordati che quel tocco chiude la finestra dei 14 giorni, e che la libreria che stai costruendo è fatta di licenze, almeno stando ai Termini che hai accettato.

Cosa cambia per te

Ogni gioco digitale che hai comprato su PlayStation Store è una licenza d'uso, e lo dicono i Termini che hai accettato. Se chiudi l'account, o se te lo sospendono, quei Termini avvertono che potresti perdere l'accesso, e vale anche per skin e valute comprate con soldi veri. Nessun giudice ha ancora deciso nulla, l'udienza in California sarà il 1° ottobre.

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